Sunday bloody Sunday

 

Milano, 29 settembre 2024

 


Non parlo e non scrivo volentieri di questo argomento perché ogni questione che riguarda, solletica, o tange gli ebrei risulta sempre pruriginosa per noi occidentali che, giustamente, a riguardo, ci sentiamo ancora colpevoli di misfatti mai del tutto emendabili.

 

Tuttavia, dopo questo secondo attacco su larga scala attuato da parte di Israele nei confronti di un altro paese e dei suoi civili, con sprezzo delle vite umane dei civili e di tutto quanto per esse è importante, non mi è più possibile non ragionar di loro, ma guarda(re) e passa(re).

 

A mio avviso occorre chiarirsi, io stesso sento il bisogno di sapere: appartengo a una società per cui è legittimo e accettabile (nella realtà dei fatti, intendo, e non nei Codici legali pieni di belle parole) attaccare un altro paese, o non lo è?

 

Se non lo è, Netanyahu va fermato. O quantomeno non va più foraggiato. Sta diventando insopportabile questo "laissez faire laissez passer" dei paesi occidentali a riguardo.

Se invece lo è, allora mettiamoci l'anima in pace e smettiamo di predicare principi etici presupposti erga omnes (ma soltanto presupposti come tali).

 

O l'etica prevale sugli affari o soccombe per sempre.

 

O una Legge vale per tutti (i paesi) oppure si trasforma in un sordido ulteriore privilegio di alcuni rivolto a danno di coloro i quali non possono permettersi di invocarlo.

 

 

Perché, non so a voi, ma a me, nell’ultimo anno,  pare sempre più di assistere a un gioco di specchi: da una parte dello scacchiere mondiale c’è un paese filoccidentale che è stato invaso da un esercito di un altro paese e lì si invoca la lesa integrità territoriale. Da un’altra parte dello scacchiere (dopo un attacco terroristico, certo, ma non in risposta a un’invasione ad opera di uno Stato) è accaduta esattamente la stessa cosa: uno Stato ha invaso con il suo esercito un altro paese, ma stavolta, l’attore è un paese filoccidentale. In questo caso prevale un tollerante "laissez faire laissez passer".

 

A mio parere occorre stabilire che invadere con armi un altro paese è un crimine o che non lo è. Altrimenti si palesa una terza via ermeneutica della realtà storica in cui viviamo: quella dell'appartenenza a una frazione. Per cui, banalmente, tutto ciò che porta vantaggio a quella fazione è bene (a prescindere) mentre ciò che le causa detrimento è male (a prescindere).

 

Non che non ci fossimo già accorti di appartenere a un certo pezzo di umanità ben preciso, avente le sue dotazioni materiali, i suoi interessi, valori, le regole sociali e di comportamento.

Tuttavia, l’apprendere questa realtà di fatto, coinvolge proprio queste dotazioni valoriali, legali, antropologiche, di rispetto dei valori umani, di cui ci siamo dotati e che fungono da  radici fondative delle Costituzioni dei paesi occidentali, e ne regolano il funzionamento (almeno interno) dei rapporti umani, sia all'interno dei singoli Stati che persino fra i paesi occidentali stessi e che, in genere, entro questi confini geografci, prevalgono sugli interessi di parte. 

Scoprire ai giorni nostri all'esterno del blocco dei paesi occidentali soccombono a logiche fazionare, fa riflettere sulla portata del Patto sociale occidentale. 

Aggiungo che sono consapevole che ogni sistema di diritto riposi sopra un atto originario che, in qualche maniera, è un sopruso. Infatti, scrivevo qualche settimana fa:

 

Milano, 29 agosto 2024

 

V'è un'ironia che riguarda tutti i sistemi di diritto: il fatto che si fondino, nessuno escluso, su un primigenio atto d'imperio, di forza, di imposizione iniziale fondante. Tale atto poi viene accettato o subìto, ma comunque avviene. A volte viene attuato da un singolo o da un manipolo con la violenza, altre da un intero popolo, in altre occasioni ancora viene concesso da un Re. Ma sempre di un’imposizione unilaterale iniziatica si tratta, di una dimostrazione di forza non supportata da leggi precedenti  comunemente accettate. È in forza di questo primo accadimento che s’insedia un sistema che viene definito, da lì in poi, di diritto. Nei paesi democratici assume la forma di una Costituzione. Tuttavia, anche nel caso delle democratiche Costituzioni, fatta eccezione per i Padri costituenti e per i loro più stretti accoliti, tutti gli altri cittadini (e i successori di tutti, compresi quelli degli stessi Padri costituenti, come già sottolineava Hobbes) vi si trovano legati aprioristicamente, divenendo e potendo divenire soltanto sue espressioni, esprimibili soltanto attraverso di essa.

 

Insomma, chi vince non fa "solo" la storia, forgia anche i dettami dei rapporti giusti e sbagliati cui al resto, i meno forti, finché restano tali, tocca assoggettarsi.

 

 

 

Tuttavia, dover constatare di trovarsi ancora nel bel mezzo di un periodo di caos precedente all'instaurazione di un nuovo paradigma giuridico sociale che (forse) sancirà i confini di nuovi rapporti regolati legalmente, un certo male me lo fa provare e mi getta in un certo sgomento. 

Il Deserto dei Tartari

#Desertodeitartari (romanzo)

 

Autore: Dino Buzzati

Anno pubblicazione: 1945

Io narrante, punto di vista e persona: terza persona, punto di vista interno.

Numero indicativo pagine: 256




Milano, 8 agosto 2024

 

Un libro che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita. Meglio prima che dopo, dato che gli anni alla Fortezza Bastiani affacciata sul Deserto volano.

 

Un libro che parla della vita e della solitudine esistenziale con cui l'attraversiamo, pieni di speranze per il futuro e di quello con cui scegliamo (o evitiamo) di riempirla.

La rincorsa al piacere, al successo, al plauso, all'eroismo, all'amore, alla ricchezza. Tutti antidoti apparentemente buoni per darle un senso. Tutti buoni per non pensare. Utili a riempire un certo vuoto. Tutte scommesse che potranno essere vinte o perse. E forse, alla fine, soltanto questo è ciò che è davvero in potere dell'umano essere. Una parabola ben delimitata entro limiti invalicabili: quelli dell'umano essere, appunto. Limiti mai rimovibili per intero, nemmeno nella più rosea delle esistenze immaginabili.

 

Questi modi esistenziali che si riempiono di contenuti diversi a seconda dell'epoca, del sesso, dell'età, del luogo, della nazionalità, della cultura, tutti comunque, almeno per certi versi, a un certo punto dell'esistenza, forse mentre incapaci di continuare a dormire ci si trascina all'alba di una gelida notte invernale fin sulla murata della Fortezza e ci si affaccia su un gelido deserto credendo di scorgere un segnale, un senso, tutti questi modi esistenziali, dicevo, arriverà un momento in cui, mentre tutti saranno ancora addormentati suoneranno "fessi".

 

E allora ci si chiederà: "Saranno fessi loro o noi umani esseri?"

Condannati a finire, nonostante tutto, a declinare più o meno bene, ma comunque e in ogni caso, a venire gettati nel nulla del dopo di noi? Un nulla continuamente percepito dall'essere umano, seppur a tratti e con sfumature diverse, fin da quando supera la fanciullezza. Un nulla combattuto con le diverse armi che l'esperienza, la giovinezza, il sesso, l'intelligenza, la forza e il carattere donano ad ognuno.

 

Dell'opportunità (o dell'inopportunità) di tutto questo agitarsi parla, senza parlarne apertamente, "Il Deserto dei Tartari".

#Fantozzi

 


Autore: Paolo Villaggio

Anno pubblicazione: 1971

Io narrante, punto di vista e persona: terza persona, punto di vista esterno.

Numero indicativo pagine: 240

“Racconti le tue storie a pochi uomini ormai stanchi

che ridono fissandoti con vuoti sguardi bianchi. 

Tu reciti una parte fastidiosa alla gente

facendo della vita una commedia divertente”


Fantozzi - scritto da un menestrello della risata amara, con l’accompagnamento di un musico (Faber) è un classico della seconda metà del Novecento. Narra le gesta del ceto impiegatizio italiano, della normalità mitica di un mondo che non è più, del benessere di massa che dilagava. La narrazione cavalca la vena trasfigurante, perspicace e preconizzante della creatività di Paolo Villaggio, italiano, comico e scrittore che ha saputo riconoscere fra i primi una sofferenza nuova, travestita da ricchezza materiale, restituendocela attraverso la lente di una commedia amara. Una sofferenza che emergeva dall’imposizione di un nuovo tipo conformismo, tanto arricchente in termini materiali, vacanze di massa, possibilità di acquistare, quanto depauperante in fatto di possibilità d’espressione esistenziale.

Da questa nuova angoscia di massa, sofferenza piccolo borghese, Villaggio ha saputo stillare gocce sarcastiche agrodolci e affrescare lo spaccato di un Medioevo contemporaneo italiano che, invece che di castelli, fu punteggiato di aziende megagalattiche con dimensioni tendenti all’infinito, nei cui meandri s’aggiravano, invece di schiere di cavalieri e scudieri, schiere di ragionieri "in completo grigio topo" accompagnati da geometri con "occhiali con lenti a fondo di bottiglia", tutti convertiti alla religione capitalista, al suo sacerdozio. Nel suo romanzo narra le gesta di questi antieroi, obnubilati dal miraggio di ottenere un nuovo Santo Graal che prometteva un benessere materiale in continua ascesa, esito della pozione mefitica scaturente da un boom economico profuso copiosamente in ogni direzione, incurante di qualsiasi conseguenza avversa, ambientale o umana che fosse. 

Pozione, ricetta esistenziale, alla quale Villaggio, che la conosce per averla dovuta sorbire personalmente obtorto collo, si ripromette di non cedere mai... forse.


"Rischiareranno dall'alto i lampioni

la strana danza di due fannulloni. 

La luna avrà dell'argento il colore

Sopra la schiena dei gatti in amore"

Tramonto sull'oceano e altri racconti

Ciao a tutte e a tutti,

ho finalmente il piacere di annunciarvi l’uscita del mio libro di racconti.


Un bambino s’innamora dell’atto di leggere durante le mattinate estive trascorse sulle scalinate del giardino della casa di sua nonna. A Las Palmas de Gran Canaria un uomo si concede una cerveza indugiando con lo sguardo sull’oceano al termine dell’ennesima giornata di lavoro nella fabbrica di rum locale. Un giovane padre single in difficoltà economiche è disposto a qualsiasi cosa pur di non far patire sofferenze alla figlia. Uno studente in motocicletta s’aggira in cerca d’avventure per le colline dell’Umbria; troverà quel che cerca? Lo troverà dove lo cerca? Tre amici con la scusa di consegnare un inquietante vecchio armadio con specchiera presso un casone sul delta del Po’ partono per un weekend che immaginano a base di pesca e nebbia. Un oggetto ovoidale e traslucido solca il cielo rossastro di un pianeta apparentemente tanto lontano dal nostro quanto dai suoi valori fondanti. Un bambino scopre l’amore… anche una coppia di adolescenti. Una madre rimasta vedova cerca di gestire come meglio può un figlio “speciale” divenuto ormai adolescente. La domenica, in un bar di periferia di Milano, un gruppo di amici si ritrova a far discorsi su quel che è stato. Una giovane coppia scopre a proprie spese che si possono fare incontri davvero strani quando si sceglie di visitare i paesini del Portogallo on the road. Qualcosa sta crescendo sul fondo dell’oceano… e non è detto che sia una buona notizia per gli animali umani. Un docente neoassunto, incontra più di qualche difficoltà nel raggiungere la sede della scuola del paese presso cui ha preso servizio. Un uomo nel farsi fare un prelievo del sangue riflette sul valore sociale di quel luogo e di chi ci lavora.

 

Di seguito qualche riga tratta dall’introduzione:

[…] il mio tentativo, come narratore, […], è di confezionare un abito sartoriale alla realtà che le calzi talmente a pennello da far risaltare le sue forme, al punto da renderle più evidenti di quanto ci sia dato sperimentare frequentandola nella sua nudità quotidiana. Il mio scopo è renderla più riconoscibile e conoscibile rispetto a come di solito ci appare, sepolta fra le pieghe dei nostri impegni, dei nostri affanni, dei nostri pensieri e dei nostri stati d’animo, orpelli che mai, quando non  leggiamo, ci abbandonano davvero.”





Il libro è disponibile su Amazon, sia in formato cartaceo che kindle cliccando sul seguente link:

 

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In questa pagina, cliccando: “Leggi l’estratto” sotto la foto della copertina, è possibile leggere gratuitamente introduzione, indice e primi racconti.

 

Si narra che i racconti abbiano evidenti proprietà curative dell’umore e che stimolino a sognare...

Consigliato come regalo apotropaico 😉 (anche natalizio).

 

#narrativacontemporanea    #narrativa   #narrativaitaliana

BREVE STORIA DELLA FILOSOFIA Antica e Medioevale


 

Anche quest'anno è disponibile rinnovato il pratico ed esauriente manuale che riassume la storia della filosofia Antica e Medioevale da me realizzato attuando una sintesi fra i tomi di G. Reale e C. Sini.


Si tratta di una sintesi che si rivolge ad appassionati e a studenti (universitari e di liceo) interessati ad avere in un solo testo di 270 pagine circa una carrellata compatta, ma precisa ed esaustiva della storia della filosofia Antica e Medioevale.
Un excursus nel quale mi sono prefisso di comprendere tutti gli elementi imprescindibili della storia antica e medioevale del pensiero occidentale compresi alcuni i principali dati riguardanti la vita dei pensatori che l'hanno determinata.

Disponibile sia in formato cartaceo che kindle.

Ottimo come regalo apotropaico 😉 (anche natalizio).

Acquistabile con la carta Docente e ricevibile in una giornata con Amazon Prime.

Di seguito il link per leggere l'anteprima ed eventualmente acquistarne una copia cartacea o in formato ebook su Amazon.
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#filosofia, #filosofiaclassica

L’#OUTSIDER (saggio)

 Autore: Colin Wilson

Anno pubblicazione: 1956




Cosa accomuna Raskolnikov, Alëša Karamazov, Van Gogh, Nietzsche e Ramakrishna, solo per citarne alcuni? Essere outsider!

Ma cosa guida un outsider facendone un outsider? Cosa cerca egli? E cosa potrebbe guadagnare se riuscisse nel suo intento? Soprattutto, è ragionevole sperare che possa riuscirci?

Questi e altri interrogativi costituiscono la matrice dell’avvincente excursus che l’autore ha l’ambizione di indagare e di tentare di spiegare con questa sua opera giovanile.

L’opera, apparsa in Inghilterra nel 1956, fu scritta “in una sala di lettura del British Museum”  in un periodo in cui l’autore, non ancora venticinquenne, dormiva in un sacco a pelo in un parco di Londra.

L’autore pare che abbia avuto il privilegio di essere stato toccato da uno stato di grazia quando l’ha scritta. Infatti, dopo di essa non s’impose più all’attenzione del pubblico e della critica con tanta forza (chissà che forse, tenendo presenti alcuni esiti del saggio sugli outsider, ciò non sia stato il frutto di una scelta deliberata).

Volendo trovare un difetto a quest’opera, forse, si potrebbe tacciarla, nella sua analisi, di tendere a ridurre in modo un po’ troppo semplicistico e “normalizzante” l’“outsiderietà” tutta. Pretendendo di incanalarla forzosamente all’interno di certi binari sistematizzanti. Cionondimeno, l’analisi risulta complessivamente originale e convincente e, nel suo dipanarsi, riesce a cogliere autentiche “gocce di splendore”.

Il testo giustappone e paragona vita, opere, ricerche e pensiero di artisti, scrittori, poeti e filosofi che accolgono in sé, come nelle loro opere la cifra dell’outsider. Fra essi incontriamo Van Gogh, Wells, Dostoevskij, Hesse, Gurdjieff, Barbusse, Hemingway, Blake, Yeats, Nietzsche e Sartre, fra gli altri. Tutti accomunati da un file rouge, una tensione a seguire una certa ricerca di tipo esistenziale.

A chi consiglio la lettura questo saggio?

A tutti coloro che leggendo queste parole si sentano toccati nelle proprie corde più profonde, esistenziali, per l’appunto. A tutti coloro che si sentano chiamati in causa da questi argomenti; sia per simpatia esistenziale nei confronti di questi uomini o personaggi, sia riguardo all’aver sperimentato o allo sperimentare questa condizione di vita, quale che sia la realtà nella quale siano attualmente immersi.

Il motto Vivi nascosto di Seneca, secondo l’autore, per l’outsider sembra fare il paio con la vita civile “occidentale” e con i suoi “valori” fondanti. La necessità di vivere nascosti pare meno accentuata, invece, per l’outsider calato nell’antica civiltà orientale, come si vedrà. Ma torniamo alla prima domanda: l’outsider cosa cerca, ci chiedevamo?

Per molti di essi l’essere outsider, lungi dal costituire una debolezza, rappresenta più un eccesso di energia che, fluendo attraverso i loro corpi e le loro menti fisiche, finisce per consumare entrambi. Si tratta di umani rari, duri come i diamanti fra le pietre, ma altrettanto fragili. Fragili di una fragilità che conferisce loro al contempo una eccezionale capacità di provar piacere e dolore e che, pertanto, s’impone de facto nelle loro esistenze quale “imperativo categorico” e ricerca dello “Spirito Assoluto” per finalmente riuscire a sentire meglio, alle volte semplicemente meno. Elevazione che, secondo l’autore, può seguire almeno due vie: quella religiosa o quella aconfessionale che insegue la conoscenza dell’assoluto: il tentativo di cogliere, si potrebbe dire, a livello personale la progredente spirale hegeliana che tenta di abbracciare il tutto, avendo ben presente che la realtà è tutto ciò che non è de-finito in cristallizzate tesi e antitesi, ma soltanto stabilità della sintesi, in continuo mutare e perciò unica realtà sempre presente. Tutto ciò, in questi outsider, si traduce in visoni e opere del reale che finalmente appare loro  come un continuum di forme in inesausto cambiamento. Acquisizioni che, una volta guadagnate, conducono all’Illuminazione di Siddharta, in Oriente, alle spirali dei campi di girasoli ai cieli stellati colti dai dipinti di Van Gogh, all’epifanica disperazione di Alëša Karamazov che si getta a terra in un campo, descritta da Dostoevskij, e finanche alle lacrime commosse che improvvisamente solcano il volto di Nietzsche a Torino, in Occidente.

Ma non m’inoltro oltre, per non disvelare altro.

#MARCOVALDO (romanzo)

 

Autore: Italo Calvino

Anno pubblicazione: 1963

Io narrante, punto di vista e persona: terza persona.




Il mio primo incontro con “Marcovaldo” fu alle elementari: ho un ricordo della mia maestra intenta a leggercelo mentre dalle finestre con telaio in acciaio della nostra classe vedevamo, e sentivamo, scrosciare temporali primaverili.

Fin dall’impianto dell’opera è chiaro il valore che l’autore attribuisce alla natura. Infatti i racconti sono raggruppati secondo le stagioni e loro cicli. Nonostante il testo tratti dell’ancestrale rapporto esistente fra l’uomo, l’ambiente naturale e gli altri suoi abitanti, tematiche di per sé eterne, Calvino riesce a realizzare un affresco molto preciso dei luoghi e del tempo in cui sono ambientate le vicende del nostro eroe. Fra le sue pagine si respira l’aria che tirava nelle grandi città del nord Italia a cavallo fra gli alternativi ma ancora molto tradizionali anni ’60 e gli industriali e moderni anni ’70

I racconti che compongono il romanzo sono leggibili e godibili anche separatamente. In essi l’autore rende con rara delicatezza umana e naturalistica, quasi fiabesca, l’impatto socioambientale che cattivi comportamenti sociali e industriali, in via di progressiva e massiccia diffusione proprio in quegli anni, stavano determinavano e avrebbero determinato sul cittadino medio, sui suoi cari, e sulle loro possibilità di vivere vite umanamente e naturalmente sane.

Con il suo stile divertente, leggero e iconico, l’autore ci  racconta dell’inquinamento pervasivo, dello strazio della natura a tutto tondo e del progressivo, ma inesorabile, incupimento sociale che essi determinano fra i membri di una società sempre più ricca materialmente e sempre più povera in termini naturali. Lo fa attraverso l’operaio e capofamiglia Marcovaldo: entusiasta malinconico, nostalgico della natura, che non accetta di vedersi esiliato da lei né di vederla esiliata e che, pertanto, non perde occasione per stringersi ad essa, quand'anche ciò si rivelasse un abbraccio mefitico. L’inesauribile, ingenua e saggia, al contempo, tensione che anima Marcovaldo e la sua famiglia non si arrende e non rinuncia al tentativo di perseguire la sua frequentazione quotidiana con la natura. Tutte le occasioni di vivere la natura che le si presentano sono buone. Calvino dipinge un affresco leggero, ma mai superficiale, anzi, profondo come solo sanno esserlo le storie semplici. Lambisce tematiche pervasive riuscendo a cingerle con una soffusa aurea favolistica, spolverata d’ingenuità, con riflessi a volte comici, altre drammatici, ma mai assolutoria nei confronti di quei comportamenti umani che stanno, atto dopo atto, distruggendo questo sacro fragile equilibrio cui tutti noi dobbiamo la vita.

 

 

 

“L’amore per la natura di Marcovaldo è quello che può nascere solo in un uomo di città [] questo estraneo alla città è il cittadino per eccellenza”

(Dalla presentazione di Calvino all’edizione del 1966)

#LOLITA (romanzo)

 Autore: Vladimir Vladimirovič Nabokov

Anno pubblicazione: 1955

Io narrante, punto di vista e persona: prima persona, punto di vista del protagonista maschile.

Numero indicativo pagine: 360




Lolita rappresenta il Cuore di Tenebra di un maschio “incivilito”. Diagnosi e prognosi di una traiettoria esistenziale. Quella di un uomo inserito in una società ancora pervasa da una certa morale pur professandosene libera. Morale che egli, proditoriamente, decide di refutare, per restare fedele soltanto alle sue pulsioni.

 

 

Il prof. Humbert Humbert, inserito nell’America statunitense del secolo scorso, paese dalle vedute e dalle possibilità apparentemente sconfinate, sceglie di riconoscere e rispettare soltanto i suoi desideri. In particolare quelli legati alla sfera della libido sessuale. Quest’angolo del suo essere assurge a maître a penser della sua esistenza conducendolo fino ad ammalarsi e a dover essere ricoverato. Questa postura esistenziale non tarderà a porlo ben al di fuori della morale del paese che lo ospita.

Nonostante nel caso in specie sia evidente dove risieda la nevrosi, ad una lettura attenta non può non sfuggire che l’impostazione morale puritana americana, o meglio statunitense, come non mancano mai di sottolineare, e a ragione veduta, gli altri americani non statunitensi, ha una forte connotazione giusnaturalista che più che liberale risulta impegnata a propugnare un modo di vivere “più giusto degli altri”. Chissà che l’autore, di origini russe, abbia voluto anche denunciare questo… Certamente il romanzo offre il destro per una riflessione. Argomento più che mai attuale per tutte le democrazie contemporanee.

Tornando all’opera, il prof. Humbert Humbert sposa a tal punto la sua causa da giungere a calpestare non soltanto le convenzioni dell’apparentemente più liberale società di quel tempo, ma persino a forzare la propria natura umana e biologica che, nel suo naturale invecchiare, gli chiederebbe venia rispetto a quel suo appetito insaziabile. Tuttavia egli, sordo in primo luogo verso i suoi bisogni autentici non glielo concede ed eleva tale scelta a direzione e insieme limite della sua parabola esistenziale. Finisce così per trasformare la sua esistenza (e quella di Lolita) in un solitario avamposto, teso alla disperata difesa di quell’arbitrio (libero?) che non cede a nulla. Giunge persino a immaginarsi il “piacere” che avrebbe potuto ricavar dal compiere gesti che, se attuati, risulterebbero persino doppiamente incestuosi, se così si può dire: s’immagina anziano sedurre la figlia che potrebbe avere, un domani, dalla sua stessa figliastra.

La scelta di assurgere a unica musa della propria esistenza la propria libido, lo isolerà sempre più. Ciononostante egli, simile a un moderno Icaro, procederà.  Il professor Humbert Humbert sogna e vive il suo sogno che trascolora in un incubo conducendo con sé per mano la piccola Lolita, ormai non più tanto innocente, e con loro te, caro lettore. Lo fa viaggiando in auto per Motel e Hotel disseminati per le solitarie e sterminate strade degli USA, stavolta sì, in un delirio di libertà contagiante.

L’obiettivo anticonformista di Nabokov è stilisticamente centrato grazie all’adozione del punto di vista tutto interno al protagonista maschile che, per qualcuno toccato da eccesso d’immedesimazione, diventa quasi condivisibile.

Io (#Berlusconi) lo tengo presente così…

                                                                                                                   Mediglia, 18 giugno 2023 




Il berlusconismo, esattamente come il fascismo, non è la più grande catastrofe culturale del nostro tempo. Ma, sempre come il fascismo è stato rispetto ai totalitarismi, ne è una declinazione.

Berlusconi fu la “miglior” incarnazione italiana di un fenomeno storico sociale, tutt’ora in atto, che rappresenta forse la peggior crisi delle democrazie contemporanee.

Ma egli fu in buona compagnia. Il fenomeno, al contrario dell’interprete italiano, gode di ottima salute. Nelle varie democrazie contemporanee, altri come lui, forse meno iconici, con tratti simili, anche se non identici, sono venuti alla ribalta; e anche rispetto a questo aspetto il paragone con il fascismo e i totalitarismi ben si attaglia alla fattispecie.

Penso a Jair Bolsonaro in Brasile, a Donald Trump in USA, a Boris Johnson in Gran Bretagna, per citare gli esponenti più in vista. Ma sono convinto che se si facesse un'indagine approfondita se ne potrebbe individuare uno per quasi ogni democrazia contemporanea.

Si tratta delle "migliori" incarnazioni di una congerie di disvalori che trasversalmente affliggono le democrazie contemporanee tutte.

I loro esponenti, in modo più o meno sovrapponibile, anche se con accenti differenti, propugnano la furbizia al posto del valore, il far poco per avere molto come stile e obiettivo di una vita piuttosto che il piacere della fatica che consente di realizzarsi (si badi bene che, nella realtà, queste persone nella loro vita privata sono estremamente operose, contrariamente a quanto questa filosofia di vita vorrebbe far credere), l'apparire piuttosto che l'essere, il coltivare il piacere edonistico fino a farlo assurgere a vizio piuttosto che la coltivazione della virtù come fondamentale fattore per la realizzazione di sé, la comodità stolida e inetta alla fatica che fa crescere, un’epidermica avversità per il rispetto delle regole sociali e per gran parte delle istituzioni democratiche, che dipingono come colpevoli di drenare parte delle loro intoccabili risorse e delle loro irriducibili e sacrosante libertà personali.

Libertà, le loro, che, in questa esegesi della Vita non dovrebbero venir mai, in alcun modo, scalfite, depotenziate, contenute. Nemmeno se il prezzo da pagare fosse la tutela di una minorenne, la tutela dello Stato attraverso una contribuzione alle imposte, che dovrebbe valere per tutti o per nessuno, il sottoporsi, come tutti, alla Legge, la tutela del polmone verde del mondo, l’appartenenza a un contesto di paesi membri fra loro aventi pari diritti, per citare esempi che riguardano i Nostri Quattro.

Essi, in accordo con l’ideale che propugnano e incarnano, s’identificano con esseri forti, più potenti e acclamati dei generici "altri". “Altri” che si guardano bene dall’identificare precisamente, individualmente. Si tratta sempre di categorie “altre”, per l’appunto, rispetto a coloro ai quali, di volta in volta si rivolgono. Grazie a questo gioco di prestigio l’elettorato attivo non si sente mai privato di alcunché. Al contrario sente che questi Eletti, se eletti, saranno (sarebbero) in grado di difenderli da quegli “altri” che li minacciano, in maniera più o meno fumosa rispetto a una presunta libertà di serie A, altrettanto fumosa, ma non ancora avveratasi, che gli Eletti (se eletti) potrebbero realizzare in terra. Un’età dell’Oro postmoderna, insomma.

È interessante notare che questa invocata libertà dovrebbe appartenere a tutti, e ciononostante dovrebbe magicamente non limitare quella di nessun altro. Una libertà in grado di moltiplicare i servizi pubblici riducendo le imposte e tasse, ad esempio. Una libertà che, per colpa di quegli “altri”, purtroppo viene al momento, fatalmente, negata. Questa struttura di rappresentazione del reale costituisce un ottimo convogliatore e capro espiatorio della rabbia sociale, questa sì presente fin d’ora e divisa, sempre a detta di questi esponenti, equanimemente.

Un altro aspetto interessante riguarda il fatto che questa pretesa “libertà” non è per tutti (o forse sì, dipende dal fatto che si sia o meno in campagna elettorale, durante questi periodi epifanici viene promessa erga omnes). Durante il resto della normale vita democratica questi emissari, si sentono divulgatori di un credo che dovrebbe consentire a loro e ai propri accoliti soltanto di  assurgere a un livello di umanità più umana, parafrasando Orwell.

Essi finiscono così per sentirsi gli esponenti di un’umanità bifronte: umana in via di principio, ma nei fatti insofferente a qualsiasi accorgimento democratico che intenda elevare, o almeno preservare l’equilibrio della società tutta e dei viventi in genere (umani, animali e vegetali, si veda la becera  e colpevole distruzione della foresta amazzonica), qualora pretendesse, in qualsiasi modo, di limitare la loro libertà che dovrebbe, sempre secondo il loro sentire, poter debordare costitutivamente, sorgivamente e platealmente sul resto del mondo, incontrastata.

La diplomazia

 

#antropologia, #comportamento, #inunarigaopocopiù, #psicologia

 

Milano, 23 marzo 2011

La diplomazia è quell’arte che riusciamo a esercitare meglio con le persone che non ci interessano davvero.

BREVE STORIA DELLA FILOSOFIA Antica e Medioevale

Agosto 2022


Ci siamo! Finalmente è stato pubblicato il saggio a cui ho lavorato in questi ultimi tre anni. Si tratta di una "Breve Storia della filosofia Antica e Medioevale".

   


“Come mi è venuto in mente di scrivere questa sintesi?” 
mi viene spesso chiesto. Semplice. Perché per quanto da autentico appassionato di filosofia mi sia adoperato per trovare presso le più prestigiose biblioteche milanesi e le più fornite librerie quel che cercavo non mi riuscì di trovarlo. Infatti la scelta che mi si parava dinanzi, grossomodo, divideva i libri e i manuali disponibili in quattro categorie: i manuali tanto curati quanto vasti e ponderosi, le opere che trattavano una sola questione specifica in modo molto approfondito senza però fornire una panoramica d’insieme della materia, i testi generali tanto compatti quanto, a mio avviso, poco rigorosi e, infine, le opere di mero intrattenimento relative alla storia della filosofia. Mancava proprio ciò che cercavo io: una sintesi rigorosa ma non troppo estesa di tutta la storia della filosofia occidentale antica e medioevale. Un’opera pensata per veri appassionati di filosofia, in grado di comprendere e desiderosi di seguire anche passaggi non banali, che tuttavia non potessero o non volessero in questo momento accostarsi ad essa investendo una mole di tempo di cui non dispongono.
Così io, che tempo ne ho voluto e potuto trovare, consapevole che purtroppo molti non godono di tale privilegio, mi sono voluto cimentare in quest’ardua impresa.
Nel farlo ho cercato, nei limiti del possibile e delle mie facoltà, di non perdere il rigore e il senso del continuum logico che questa storia produce e ha prodotto nel suo dipanarsi (o di perderne il meno possibile). Ho cercato inoltre di non dar per scontata alcuna conoscenza prodromica a introdurre i diversi concetti che vengono man mano esposti, in modo da dar conto della costituzione progressiva di questo continuum anche a coloro che non abbiano rudimenti di filosofia. Ciò al fine di gettare luce sul percorso che il pensiero dell’umanità occidentale ha seguito. Un excursus che, partendo dall’antica Grecia, conduce fino a noi, delineando un sentiero concettuale che è peraltro, lo stesso che, per alcuni tratti, percorsero a suo tempo anche questi grandi pensatori.
Ho scritto questa sintesi nella speranza che rendere disponibile un tale percorso, agile e rigoroso possa risultare utile, in particolare ai giorni nostri. Ritengo infatti che possa contribuire a far meglio comprendere alcune delle dinamiche profonde dell’esistenza umana in generale, e in particolare di quelle della società contemporanea occidentale, nella quale siamo inseriti.
Infine perché può offrirci conforto nell’interrogarci e nel valutare le nostre esistenze individuali, rendendoci più autonomi e consapevoli rispetto al contesto storico e sociale nel quale siamo immersi e, chissà, consentirci di scoprire che alcune delle posizioni personali che assumiamo nei confronti della complessità della vita e che sentiamo sorgive e “solo nostre”, fuoriuscenti esclusivamente dalla nostra personale visione del mondo, spesso possono, senza che ce ne si renda conto, poggiare sulle spalle di giganti del pensiero: i maestri della filosofia occidentale.

Di seguito il link per leggere l'anteprima ed eventualmente acquistarne una copia cartacea o in formato ebook su Amazon.


BREVE STORIA DELLA FILOSOFIA Antica e Medioevale - Samuele Sartorio



#filosofia


Come squalificare un’azienda di certificazione

#economia, #formazione, #organizzazionesociale, #scuola

 Mediglia, 22 maggio 2022

 


Se volessi sabotare un'azienda, squalificarla, che farei? Poniamo un'azienda di servizi. Più precisamente un'azienda che rilasci patenti o certificazioni di un qualche tipo.

Probabilmente l’azione più efficace da intraprendere sarebbe quella di tentare di svalutare i titoli che rilascia.

Tentare di far in modo che non siano più segnaletici di alcun valore aggiunto.
Far sì che in coloro che li conseguono non attestino più alcuna competenza speciale, desiderabile e rara rispetto alla popolazione, in genere. Se l’operazione mi riuscisse, sia i titoli erogati che l’azienda finirebbero per perdere valore sia agli occhi del mercato che della società tutta.

Certo. Ma come potrei attuare un simile proposito? Non è facile! Dovrei agire su più fronti. Ad esempio, cominciando a concedere questi titoli a chiunque ne faccia domanda. A prescindere dal fatto che abbia o meno raggiunto gli obiettivi minimi auspicati per essere giudicato titolabile.

Va bene. E poi? E poi si potrei richiedere per legge altre certificazioni successive per concedere di fare qualsiasi cosa.

D’accordo, e poi? E poi, se non bastasse, potrei colpire gli stessi formatori. Fiaccarli, zepparli di adempimenti, demotivarli, inibirli, confonderli e screditarli agli occhi dei più.

Fiaccarli. Con innumerevoli adempimenti che tolgano loro energie per formare e trasmettere il sapere utile con gioia.

Zepparli. Con adempimenti e scadenze che li facciano annaspare, disorientare e distogliere dal compito precipuo della trasmissione delle conoscenze, abilità e competenze realmente utili a fare la differenza per coloro i quali intraprendano il percorso formativo.

Demotivarli. Riconoscendo loro sempre meno sia in termini economici reali (basterebbe non adeguare il loro stipendio all'inflazione per qualche anno), sia in termini di riconoscimento del loro ruolo sociale.

Inibirli. Togliendo loro sempre più potere all'interno dell'azienda. Sia dal punto di vista didattico che disciplinare all'interno dei corsi e poi, rendendoli succubi dei loro superiori e di leggi e regolamenti che, apparentemente, tutelano chi si sta impegnando per conseguire quella certificazione; chi per ottenere essa sta investendo il suo tempo, il suo denaro, le sue speranze e anni irripetibili della sua esistenza. Inserendo per essi tutta una serie di diritti "a non fare" che, nel lungo periodo, per l’appunto, finirebbero per svalutare la certificazione.

Confonderli. Attuando dei continui cambi di regole, d’indirizzo e di programma, spesso contraddittori e privi di qualsiasi lungimiranza strategica.

Screditarli. Dal punto di vista sociale, del riconoscimento economico e professionale. Agendo anche sul sistema di reclutamento, che poi è il fattore principale che, nel medio lungo periodo, garantisce un'autoselezione di profili che tenderanno a divenire così sempre
più mediocri, finendo con l’affossare definitivamente l'azienda.

Tutto a vantaggio di chi? A vantaggio della concorrenza di altri certificatori (magari privati, amici di amici) e a vantaggio di chi li dovrà dirigere. Infatti i nuovi individui "certificati"
saranno meno competenti, più ignoranti e perciò più facilmente manipolabili.

Ogni riferimento e analogia con una certa struttura della Pubblica Amministrazione italiana non è del tutto casuale.

Buon #25aprile

 

#comportamento, #globalizzazione, #organizzazionesociale, #politica

 

Mediglia, 25 aprile 2022


Durante le guerre quasi tutti (i cittadini) vogliono la pace. Le differenze cominciano a delinearsi quando si passa ad analizzare il modo in cui ottenerla. Esistono potenzialmente infinite soluzioni di pace. Si va dall’annientamento integrale di una delle due parti, che determina anch’esso un tipo di pace, a quello della parte avversa, che porta anch’esso a un tipo di pace, evidentemente diverso dal primo, fino a giungere all’annientamento di entrambi i contendenti, che porta a un tipo di pace ancora differente. In generale, le paci, si distribuiscono su gradazioni intermedie fra queste, che prevedono quote di annientamento dei due contendenti più o meno complete.

Dunque la domanda di senso, quando si è di fronte a un conflitto non può essere se si vuole la pace, ma per che tipo di pace si propende. Tale posizione implica di per sé già una qualche dose di compromesso realistico. Infatti la pace, qualsiasi pace, si fonda su compromessi. Compromessi condivisi e rispettati fra le diverse libertà, fra i diritti e i doveri reciproci. Questo punto è molto importante. Tanto che, a ben vedere, è proprio quando si mal sopportano tali allocazioni (o quando sono palesemente inique) che si preparano i terreni dei futuri conflitti. Tale effetto si è dimostrato valido per i conflitti passati e promette di esserlo anche per quelli presenti e futuri. Di qui l’importanza di avere ben chiare queste implicazioni tutte le volte che ci chiede: “Che tipo di pace desidero?”

La guerra, una volta cominciata, la vince colui il quale ottiene la pace che desidera. Chi perde, invece, qualora non venga eliminato completamente, è costretto ad accettare la pace imposta dalla controparte.

Prioritario, affinché la futura pace sia duratura, resta come scrivevo, il fatto che sia giusta. Dunque è cruciale definire quando una pace può dirsi realmente giusta per i sopravvissuti. Purtroppo (o per fortuna) non dispongo di una risposta che valga erga omnes, esaustiva e bell’e pronta. Tuttavia vorrei continuare a esporre alcune considerazioni che ritengo abbiano a che fare con il tema.

Ritengo che qualunque pace giusta non possa legittimare l’aggressione e la conquista armata attuata da un paese nei confronti di un altro, libero e sovrano. Altrimenti passerebbe il messaggio per cui la comunità mondiale (preferisco questo termine a quello che percepisco come più elitario di comunità internazionale) avallerebbe tale modus operandi che altro non è se non l’attuazione della ferina, primitiva e barbara “legge” del più forte. Legge che legge umana positiva non è, ma di legge di natura, al più.

Oltre al tipo di pace che si desidera ottenere, esito finale di una guerra, poi tocca anche valutare e decidere che tipo d’impegno profondere nel corso di una guerra, tenuto conto che non sempre le guerre si possono vincere. Per prendere questa decisione va tenuto presente che oltre all’esito finale di una guerra, assume grande rilievo il costo sopportato per vincerla dal più forte. Dunque, anche qualora non si riuscisse a vincere una guerra si potrebbe renderla estremamente costosa e sconveniente per l’aggressore. In tal modo gli si farebbe pagare talmente cara la “pace” che poi imporrà, da disincentivarlo a ritentare l’operazione in futuro. Se si propende per tale posizione di resistenza, questa va alimentata e difesa finché se ne ha la forza. Infatti ogni singolo sforzo profuso in tal senso rende meno appetibile il guerreggiare come modus operandi, sia nel presente che nel futuro, sia in quella guerra che in generale. Al contrario, ogni ripiegamento lo incentiva. Questo è il senso della resistenza nel presente che dà esempio di sé per il futuro.

Se ci pensiamo constatiamo che funziona allo stesso modo anche nella logica individuale: chiunque quando valuta se può o meno permettersi di avere qualcosa, lo fa in base al prezzo che deve pagare per ottenerla. Anche per questa ragione, oltre che per una ragione di compassione umana per gli aggrediti, che do per scontata, ha senso resistere. Resistere alza la posta in gioco per l’usurpatore rendendo la guerra un cattivo affare, anche per il futuro. Se tale resistenza viene coadiuvata dalla comunità mondiale può giungere a stigmatizzare quel modus operandi fino a renderlo de facto inattuabile, diseconomico e perciò inattuale, secondo il pensiero dell’umanità contemporanea mondiale tutta.

Per tutto quanto esposto, personalmente ritengo, giusto fornire a un paese aggredito militarmente senza ragione da un altro sul suo territorio sovrano, tutto il supporto militare difensivo possibile, incluso quello più avanzato tecnologicamente, da parte delle altre nazioni.

Non ritengo invece giusto che le altre nazioni gli forniscano mezzi militari in grado di portare attacchi sul territorio dell’aggressore, che resta altrettanto sovrano nel suo territorio, nonostante la condotta attuata. Ciò in quanto non credo che si possa combattere (in primis concettualmente) un’aggressione territoriale fornendo all’aggredito le possibilità di attuarne un’altra di segno opposto.

Tuttavia ritengo anche che il paese aggredito, a livello individuale e nei limiti delle proprie risorse personali, abbia pieno diritto a contrattaccare, anche sul territorio dell’aggressore.

La comunità mondiale, invece, dovrebbe sempre, a mio avviso, avere sia il diritto che il dovere civile, finché il paese aggredito non decida di arrendersi a suo insindacabile giudizio, beninteso, di fornirgli tutta l’assistenza possibile. Sia essa umanitaria, alimentare, sanitaria e militare; quest’ultima purché limitata alla sola difesa, ribadisco. Il tutto per riaffermare il diritto universale, se non ad avere una pace giusta, almeno a favorire una condotta internazionale giusta, anche nell’affrontare un frangente che di giusto ha ben poco.

Buon 25 aprile 2022!